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La pianeggiante Comunità montana di Palagiano è unica al mondo: non ha salite, non ha discese e svetta a 39 (trentanove) metri sul mare. Con un cucuzzolo, ai margini del territorio comunale, che troneggia himalaiano a quota 86. Cioè 12 metri meno del campanile di San Marco. Vi chiederete: cosa ci fa una Comunità montana adagiata nella campagna di Taranto piatta come un biliardo?
Detta alla bocconiana, l’ente pubblico pugliese ha due mission. Una è dimostrare che gli mministratori italiani, che già s’erano inventati in Calabria un lago inesistente a Piano della Lacina e un’immensa tenuta di ulivi secolari nel mare (catastale) di Gioia Tauro, possono rivaleggiare in fantasia con l’abate
Balthazard che si inventò l’«Isola dei filosofi» dove non esisteva un governo perché i suoi abitanti non riuscivano a decidere insieme quale fosse «il sistema meno oppressivo e più illuminato ». L’altra è distribuire un po’ di poltrone. Obiettivo assai più concreto della salvaguardia di un borgo alpino o della sistemazione di una mulattiera appenninica.
Certo, le Comunità montane sono solo un pezzetto della grande torta. Ma possono aiutare forse meglio di ogni altra cosa a capire come una certa politica, o meglio la sua caricatura obesa, ingorda e autoreferenziale, sia diventata una Casta e abbia invaso l’intera società italiana. Ponendosi sempre meno l’obiettivo del bene comune e della sana amministrazione per perseguire piuttosto quello di alimentare se stessa. Obiettivo sempre più disperato e irraggiungibile via via che la bulimia ha contagiato tutti: deputati, assessori regionali, sindaci, consiglieri circoscrizionali, assistenti parlamentari, portaborse e reggipanza. Fino a dilagare, nel tentativo di strappare metro per metro
nuovi spazi, nelle aziende sanitarie, nelle municipalizzate, nelle società miste, nelle fondazioni, nei giornali, nei festival di canzonette e nei tornei di calcio rionali... Una spirale che non solo fa torto alle migliaia di persone perbene, a destra e a sinistra, che si dedicano alla politica in modo serio e pulito. Ma che è suicida: più potere per fare più soldi, più soldi per prendere più potere e ancora più potere per fare più soldi...
Sia chiaro: la montagna, che copre oltre la metà dell’Italia, è una cosa seria. E spezza il cuore vedere gli sterpi inghiottire certe contrade costruite dall’uomo a prezzo di sacrifici immensi, dalla piemontese Bugliaga all’abruzzese Frattura, dalla romagnola Castiglioncello ai tanti borghi calabresi svuotati dall’emigrazione. Come la povera Roghudi, raccontata mezzo secolo fa da Tommaso Besozzi, dove c’erano «tanti grossi chiodi conficcati nei muri e le donne vi assicuravano le cordicelle che avevano legato attorno alle caviglie dei bambini più piccoli, perché non precipitassero nel burrone. Infatti, da qualunque parte si guardino, le case appaiono costruite sopra un torrione che scende a picco, da ogni lato».
Ma proprio perché la montagna vera ha bisogno di essere aiutata, spicca l’indecenza della montagna finta. Artificiale. Clientelare. Costruita a tavolino per dispensare posti di sottogoverno. Divoratrice di risorse sottratte ai paesi che vengono sommersi davvero dalla neve o non vedono davvero il sole per
mesi e mesi come succedeva a Viganella, sopra Domodossola, prima che piazzassero uno specchio di 40 metri quadrati che cattura i raggi e li riflette sulla piazza del villaggio.
Basti dire che della Comunità montana Murgia Tarantina alla quale appartiene Palagiano (che si adagia in parte a zero metri sul livello dello Jonio lì a due passi), i comuni riconosciuti come solo «parzialmente montani» nel loro stesso sito internet sono 4 e quelli «non montani» 5. E montani? Manco uno. Tanto che l’altitudine media dei 9 municipi è di 213 metri. Una sessantina in meno dell’altitudine del Montestella, la collinetta creata alla periferia di Milano con i detriti. Ma quanto bastava a fondare una struttura con un presidente, 6 assessori, 27 consiglieri, un segretario generale... Pagati rispettivamente, visto che tutti insieme i paesi passano i 100.000 abitanti, quanto il sindaco, gli assessori e i consiglieri d’una città grande come Padova.
Chi vuol capire come funziona faccia un salto a Mottola, dov’è la sede, e giri una per una le stanze vuote fino a trovare qualcuno. «Cosa fate, esattamente?» «Cosa vuole che facciamo... Abbiamo pochissimi soldi. Non è che ci sono margini per fare tante cose.» «Quindi?» «Qualcosa qua e là... Poca roba.» «Ma il bilancio 2006 di quanto è stato?» «Non so... Intorno ai 400.000 euro. Togli gli stipendi, togli le spese...» «Il presidente, per esempio, che fa?» «Gira.» «Gira?» «Gira, si dà da fare per cercare di avere dei finanziamenti.» «E ne raccoglie?» «Mah...»
Tutto merito d’una leggina regionale pugliese del 1999. Che interpretando a modo suo una sentenza della Corte costituzionale si era inventata la possibilità di inserire nelle Comunità anche comuni che non erano montani ma «contermini». Concetto che, di contermine in contermine, potrebbe dilatare una comunità montana dall’Adamello al Polesine. E infatti consentì a quelle pugliesi di sdoppiarsi e ampliarsi fino a diventare 6 per un totale di 63 comuni pur essendo la loro la più piatta delle regioni italiane. Benedetta da contributi erariali che, in rapporto agli ettari di montagna, come dimostra la tabella in Appendice, sono quattordici volte più alti di quelli del Piemonte.
Eppure non è solo la Puglia ad aver giocato al piccolo montanaro. L’ha fatto la Campania, che con poco più della metà degli ettari montagnosi della Lombardia ha quasi il doppio dei dipendenti e quasi il triplo dei contributi pro capite. L’ha fatto la Sardegna, che era arrivata ad avere 25 Comunità, alcune delle quali bizzarre. Come quella di Arci Grighine, con paesi definiti nelle carte «totalmente montuosi» come Santa Giusta, che, a parte un pezzo del territorio che si innalza all’interno, è sulle rive di uno stagno nella piana di Arborea, da 0 a 10 metri sul livello del mare. O quella di Olbia (Olbia!) che fino alla primavera del 2007 portava un nome assolutamente strepitoso, per una «Comunità montana»: Riviera di Gallura.
Portava. Dopo un braccio di ferro con mille interessi locali, riottosi alla chiusura di un rubinetto da 11 milioni di euro, Renato Soru è riuscito a far passar infatti un drastico ridimensionamento: da 25 Comunità a un massimo di 8. Con l’invito ai comuni, semmai, a consorziarsi su alcuni interessi specifici. Una scelta i cui effetti sul risparmio e sulle clientele saranno tutti da vedere. Ma indispensabile. Lo stesso Enrico Borghi, presidente dell’Unione nazionale Comuni, Comunità, Enti montani, sorride: «La definizione di “montagna legale” che ai tempi di Fanfani voleva tutelare i paesi che magari stavano in pianura ma erano poveri come quelli alpini o appenninici, va rivista. Ha presente quei prelati che al venerdì, avendo solo carne, la benedivano dicendo: “Ego te baptizo piscem”? Ecco, da noi c’è chi ha detto: “Ego te baptizo montagnam”. Troppi abusi. Col risultato che i 2 miliardi di euro che tra una cosa e l’altra vanno alla montagna sono dispersi spesso dove non ha senso. Diciamolo: almeno un terzo delle Comunità andrebbe chiuso».
Viva l’onestà. Ma vale per un mucchio di altri bubboni, grandi e piccoli, gonfiati dalla cattiva politica. Come i consigli circoscrizionali di Palermo, dove i presidenti, contrariamente a centinaia di colleghi di tutta la Penisola che lavorano per rimborsi modestissimi, prendono 4750 euro al mese e hanno l’autoblu. Come certe società miste istituite anche per piazzare amici e trombati quale l’Imast, un consorzio parapubblico fondato dalla Regione Campania, Cnr ed Enea e qualche privato, con 25 consiglieri di amministrazione e un solo dipendente, e successivamente fuso, allo scoppio delle polemiche, con il Campec, un altro ente misto che di consiglieri ne aveva 11 e di dipendenti 8. Come l’Unità operativa nucleo barberia di Palazzo Madama dove c’è un figaro (le senatrici hanno un bonus per farsi la messa in piega da coiffeur esterni) ogni 36 senatori, il che, dati i ritmi dei lavori parlamentari, fa pensare a sforbiciate più rare e costose delle uova imperiali di Fabergé.
E così andrebbero chiuse almeno un po’ di megalomani «ambasciate» regionali in America o nei Paesi più improbabili del mondo. E come minimo una parte delle 218 sedi (il quadruplo di quelle venete) della Regione Sicilia. E certe strutture interne che potrebbero benissimo essere delegate all’esterno e sono arrivate a includere un manipolo di tappezzieri a Montecitorio e addirittura, stando a un rapporto di Sabino Cassese, una pattuglia di sei rammendatrici di arazzi al Quirinale. E poi una
delle due squadre che per la Camera e per il Senato compongono ogni mattina, con rare varianti, la stessa identica rassegna stampa per i parlamentari e dell’uno e dell’altro ramo. E insomma tutta una serie di cose che a far la lista non si finirebbe più.
Conosciamo l’obiezione: occhio alla demagogia. Giusto. Non ha senso l’invettiva di Giosué Carducci contro i politici: «Voi... piccoletti ladruncoli bastardi...». Ma occhio anche a non dare per scontate e «normali» cose che nei Paesi seri scatenerebbero l’iradiddio. Esempio: è normale che il senatore Pierluigi Mantini mandi una lettera a tutti i suoi colleghi ricordando che «in vista dei Campionati europei parlamentari di tennis è opportuno riprendere un programma di incontri e di allenamenti per i quali sono disponibili i maestri presso il Circolo Montecitorio»? Cosa c’entra con le legittime prerogative parlamentari il maestro gratuito di volée? Ed è normale che l’indennità di deputati e senatori non sia mai pignorabile, neppure se sono stati condannati per un reato comune tipo l’emissione di assegni a vuoto?
Altro esempio: è normale che il ministro della Giustizia, come chiese un’interrogazione parlamentare del diessino Francesco Carboni, possa andare in vacanza in uno dei posti più belli del mondo, nel villaggio-vacanze nell’area della colonia penale di Is Arenas, in Sardegna, costruito coi soldi trattenuti sugli stipendi delle guardie carcerarie che ne fruiscono a rotazione? Roberto Castelli, accusato di averci portato anche il parentado e gli amici, rispose piccatissimo che il suo comportamento era stato ritenuto corretto dalla Corte dei Conti. Vero. Ma i giudici contabili dovevano rispondere solo a una domanda: se il guardasigilli avesse rispettato la legge pagando il dovuto. Stop. Lo scandalo era un altro. E stava nella fattura presentata dal senatore leghista al processo per diffamazione contro «l’Unità». Fattura pagata due settimane dopo (dopo!) che il giornale aveva denunciato la sua villeggiatura. Tre camere matrimoniali: 19,37 euro l’una. Ventiquattro camere singole: 11,82 euro l’una. Meno che in una topaia sulla costa marocchina. Quello era il dovuto. Fissato per agenti carcerari che però hanno già versato i soldi per la costruzione e guadagnano un decimo di un senatore. Un decimo.
C’è chi dirà: non è vero. E citerà il sito di Palazzo Madama dove sta scritto che nel 2007 l’importo mensile della indennità «è pari a 5486,58 euro (prima del “taglio” della Finanziaria 2006 era pari a 5941,91 euro), al netto della ritenuta fiscale (€ 3899,75), nonché delle quote contributive per l’assegno vitalizio (€ 1006,51), per l’assegno di solidarietà (€ 784,14) e per l’assistenza sanitaria (€ 526,66). Nel caso in cui il senatore versi anche la quota aggiuntiva per la reversibilità dell’assegno vitalizio (2,15% pari a € 251,63), l’importo netto dell’indennità scende a 5234,95 euro». Insomma, uno stipendio buono
non eccezionale.
Non è così. L’indennità è infatti solo una parte della paga vera e propria, come la considera qualunque cittadino. E che comprende ogni mese un sacco di altre voci. Quali la diaria: 4003 euro, meno 258 per ogni giorno di assenza ma solo «dalle sedute dell’Assemblea in cui si svolgono votazioni qualificate» e solo se il senatore manca per più del 70% delle votazioni nell’arco della giornata. Più il rimborso forfettario delle spese di viaggio: 554 euro per chi risiede a Roma, da 1108 a 1331 per chi abita fuori a seconda se sta a meno o a più di 100 chilometri dall’aeroporto o dalla stazione più vicini. L’aereo e il treno sono gratis.
Più 258 euro di «spese per viaggi internazionali d’aggiornamento ». Più 346 euro per «spese telefoniche». Più un «rimborso forfettario per le spese sostenute per retribuire i propri collaboratori e per quelle necessarie a svolgere, anche nel collegio elettorale, il mandato»: 4678 euro, in parte (1638) dati direttamente al senatore medesimo e in parte (3040) al suo gruppo parlamentare. Fatti i conti, un senatore che vive a Roma e partecipa con regolarità ai lavori incassa ogni mese 12.032 euro netti. Uno che vive a Potenza o a Sondrio, coi rimborsi più alti, 12.809.
Sui dettagli e la differenza con la busta paga dei deputati e quella dei parlamentari europei vi rimandiamo alle tabelle in Appendice: se n’è scritto e discusso così tanto che non vale la pena di indugiare sul tema. I numeri dicono tutto. Giudichi il lettore. Ricordiamo, in breve, solo quattro punti.
Il primo: tra i grandi Paesi occidentali l’Italia è quello col numero più alto di parlamentari eletti. Senza contare i senatori a vita (come non contiamo i Lords, la cui assemblea non ha i poteri della Camera dei Comuni ed è composta ancora in larghissima parte da gente nominata) abbiamo un parlamentare
ogni 60.371 abitanti contro ogni 66.554 in Francia, ogni 91.824 in Gran Bretagna, ogni 112.502 in Germania, per non dire degli Stati Uniti: uno ogni 560.747.
Il secondo: lo stipendio di un deputato è cresciuto dal 1948 a oggi, in termini reali e cioè tolta l’inflazione, di quasi sei volte: era di 1964 euro allora (987 + 977 di diaria) ed è di 11.703 oggi. E non basta dire: «Ah! Altri tempi!».
Terzo punto: nessuno si avvicina ai 149.215 euro di stipendio base dei nostri deputati europei. Non solo prendono oltre 44.000 euro più degli austriaci ma incassano quasi il doppio dei tedeschi e degli inglesi, il triplo dei portoghesi, il quadruplo degli spagnoli... E la lista, spiegano i senatori diessini Cesare Salvi e Massimo Villone nel libro Il costo della democrazia, non tiene conto delle integrazioni, a partire dal rimborso delle spese di viaggio per l’europarlamentare e i suoi collaboratori, «calcolato a
forfait sul biglietto aereo più costoso, senza vincolo di documentazione ». Più «la rilevante indennità aggiuntiva per i collaboratori, di cui non solo non occorre documentare la retribuzione, ma neppure l’esistenza». Più «indennità e benefit vari». Cioè: «3785 euro mensili come indennità di spese generali; 571 euro come rimborso forfettario per le spese di viaggio ogni settimana di seduta; 3736 euro annui per indennità di viaggio per motivi di lavoro; 268 euro giornalieri come indennità di soggiorno; 14.865 euro mensili di indennità per gli assistenti parlamentari». Insomma, chiudono i due autori: «Il calcolo di 30-35.000 euro al mese a testa (tenendo conto delle variabili indicate) è quindi probabilmente approssimato più per difetto che per eccesso».
Quarto punto: l’insofferenza di molti parlamentari verso chi calcola nel loro stipendio anche i soldi per il collaboratore è spesso ipocrita fino all’indecenza. Lo dimostra il sereno distacco con cui i senatori hanno accolto ai primi di ottobre del 2006, votando svogliatamente il suo ordine del giorno ricco di buone intenzioni ma privo di ogni efficacia, la denuncia in aula di una matricola di Alleanza nazionale, Antonio Paravia: «Nei primi mesi di presenza a Roma ho avuto modo di parlare con circa trenta giovani, diplomati, laureati, alcuni anche con un doppio titolo di laurea, che hanno svolto, mi hanno detto, alcuni per pochi anni, altri anche per un decennio e passa, la loro prestazione professionale sia per parlamentari di Camera e Senato sia per il raggruppamento di centrodestra e di centrosinistra. Bene, questi giovani hanno confessato candidamente di non avere nessun anno di contribuzione previdenziale e assicurativa perché hanno sempre percepito tra i 500 e i 1500 euro al mese, ma senza contribuzione, cioè in nero».
Ma come, direte, fanno le prediche e poi pagano sottobanco i collaboratori per i quali, come abbiamo visto, prendono al Senato 4678 euro e alla Camera 4190 al mese? Esatto. Il povero Paravia era sconvolto: come è possibile far lavorare in nero una persona che «svolge la sua attività munito di badge identificativo rilasciato dagli uffici di questura dei due rami del Parlamento» e con quello entra nei Palazzi della Camera e del Senato e usa «in una sorta di comodato gratuito, uffici, arredi, strumenti, reti»?
Si era rivolto al ministero del Lavoro (del Lavoro!) ricevendo la risposta che «c’è l’assenza di una qualificazione normativa, cioè il parlamentare che vuole comportarsi correttamente ha difficoltà a trovare uno strumento normativo di riferimento chiaro e preciso». L’aveva chiesto ai colleghi senatori (senatori!) che gli facevano sorrisetti di cortese comprensione. L’aveva chiesto al segretario generale (il segretario generale!) di Palazzo Madama, il cavaliere di Gran Croce (lo specifica perfino nella pianta organica, oibò) Antonio Malaschini. Il quale gli aveva precisato che «il contributo per il supporto di attività e compiti degli onorevoli senatori connessi con lo svolgimento del mandato parlamentare, erogato mensilmente, non ha alcun vincolo di destinazione rispetto a eventuali prestazioni lavorative rese da terzi o a possibili configurazioni contrattuali». Per capirci: caro senatore, ne faccia quel che le pare.
Una vergogna. Ingigantita dall’improvvisa e ipocrita «presa di coscienza» seguita a un servizio tivù delle Iene che a metà marzo del 2007 smascherava il giochetto dimostrando che alla Camera su 629 collaboratori ufficiali quelli regolarmente assunti erano solo 54: tutti gli altri erano pagati in nero. Quanto?
«Il mio riccamente» rispondeva spigliata la margheritina Cinzia Dato prima di sprofondare in un confuso balbettio alla richiesta di maggiore precisione: «Ma... No... Chieda a lui...». «La politica ha dei grossi costi. Quindi ognuno s’arangia» spiegava romanescamente il nazional-alleato Carlo Ciccioli. «Quanto paga i portaborse?» «Quattro o cinquecento euro ar mese pe’ fa ’na cosa. Quattro o cinquecento pe’ fanne ’n’antra...»
E il compagno Fausto Bertinotti? «Non lo sapevo.» Ma dài! «Non lo sapevo.» Cinque mesi dopo la segnalazione in aula del senatore Paravia, se non lo avesse informato la tivù, sarebbe rimasto ignaro: «Di fronte alla denuncia siamo intervenuti immediatamente ». Come? D’ora in avanti sarebbero entrati nei palazzi solo i collaboratori a contratto. Però... «Però serve una leggina » rispondeva Franco Marini. Quando? «Subito. Appena possibile.» Bene, bravi, bis. Peccato che lo stesso identico problema, dopo un’altra denuncia pubblica, fosse stato affrontato esattamente allo stesso modo dalla Camera già il 17 luglio del 2003. Quando i questori avevano intimato ai deputati: «I rapporti di collaborazione a titolo oneroso dovranno essere attestati, al momento della richiesta di accredito, mediante la consegna agli uffici di copia del relativo contratto». Chiacchiere. Solo chiacchiere in attesa che si calmassero le acque.
Dei bramini, ecco cosa sono diventati i politici italiani. Partoriti non da Brahma («Davvero grandi sono gli dei nati da Brahma» dice la genesi dell’Atharvaveda, una delle opere sacre dell’induismo), ma da un sistema partitocratico malato di elefantiasi. Non tutti, si capisce. Camere, Regioni, Province, Comuni ospitano anche molte persone a posto che provano un sincero disagio per i privilegi di cui godono. E cercano di approfittarne con sobrietà. Tutti insieme, però, sono una casta. Che si sente al di sopra della società della quale si proclama al servizio. Tanto che i più attenti, quelli che non vivono «solo» di politica e magari scrivono anche romanzi o biografie sofferte di musicisti tragici, come Walter Veltroni, non si sognano di bollare le critiche come demagogiche: «Quando i partiti si fanno casta di professionisti, la principale campagna antipartiti viene dai partiti stessi».
Per carità, non siamo nel regno di Tonga del re Tupou IV detto «re Ciccia» perché arrivò a pesare 201 chili. Da noi il Parlamento e i ministri non vengono scelti dalla corte. Ma come ricordò un giorno Eugenio Scalfari citando l’amatissimo Alexis de Tocqueville, l’oligarchia è «un sistema dove il potere è fortemente centralizzato e i corpi intermedi sono stati dissolti o indeboliti nelle loro autonomie. Al vertice i poteri costituzionali, anziché distinti e bilanciati, si sono fittamente intrecciati tra loro. Chi li gestisce fa parte dell’oligarchia; ciascuno degli oligarchi ha una sua area esclusiva di potere, che gli altri sono impegnati a garantirgli in perpetuo, a condizione naturalmente di godere del diritto di reciprocità».
Questo «non significa necessariamente che il popolo non possa votare, ma che i meccanismi elettorali sono costruiti in modo da confermare invariabilmente l’oligarchia». Eppure, proseguiva il fondatore della «Repubblica», quando scriveva La democrazia in America Tocqueville «non conosceva ancora i regimi di massa, i mezzi di comunicazione di massa, i modi per manipolare il consenso di massa». Né tantomeno, aggiungiamo noi, la legge elettorale del 2006, la «porcata» di Roberto Calderoli che ha chiuso ogni spiraglio alle candidature non decise dai leader. Una legge che, per dirla con Ilvo Diamanti, «ha alimentato ulteriormente il frazionismo partigiano. Riducendo gran parte dei partiti a oligarchie di potere».
«Io non conosco questa cosa, questa politica, che viene fatta dai cittadini e non dalla politica» disse anni fa Massimo D’Alema sbertucciando i critici: «La politica è un ramo specialistico delle professioni intellettuali». Una tesi che Diamanti ha bacchettato più volte: «Fa sorridere amaro, questa rinascita della Repubblica dei Partiti. Che non si può giustificare con la nostalgia. Della “vecchia” Dc, del “vecchio” Pci. E degli altri: socialisti, liberali, repubblicani. Perché i “nuovi” partiti non somigliano a quelli della Prima Repubblica. Sia detto con assoluta convinzione, ma senza alcuna nostalgia: sono peggio, questi partiti. Con qualche eccezione, non hanno una vita democratica. Non promuovono la partecipazione. Sono oligarchie. Partiti personali. Senza società e senza territorio. A loro agio nei salotti tivù. A chi vuole (ri)proporre una democrazia proporzionale, per restituire lo scettro ai partiti, per questo chiediamo: restituiteci, prima, i partiti».
Quelli veri, non quelli fondati dal commercialista. Sapete com’è nato il partitino Italiani nel Mondo di proprietà di Sergio De Gregorio, che grazie alla micidiale parità tra destra e sinistra si è ritrovato nel 2006 a essere l’ago della bilancia che poteva salvare o affossare Prodi? C’era una volta un’impresa in via Terracina 431, a Fuorigrotta, aperta nel giugno del 2002 da un «amico benefattore» e dedita, diceva la ragione sociale, alla «distribuzione e commercializzazione all’ingrosso e al dettaglio di prodotti tessili». Era iscritta col nome Italiani nel Mondo. Un nome magico, che qualche mese dopo l’«amico» (un certo Claudio Mele) registrò all’ufficio brevetti delle Attività produttive dichiarando di occuparsi di «apparecchi scientifici e per la registrazione e riproduzione del suono», «cuoio e sue imitazioni, bauli, valigie, ombrelli, ombrelloni e bastoni da passeggio», «articoli di abbigliamento, scarpe e cappelleria» ed «educazione, formazione, divertimenti, attività sportive e culturali». Parallelamente, secondo il sito internet www.Napoliontheroad.it, spunta sotto il Vesuvio un’«associazione culturale Italiani nel Mondo» che, «ideata nel giugno del 2001 dal giornalista Sergio De Gregorio... intende promuovere il marchio e l’immagine del “Made in Italy” al di fuori dei confini nazionali attraverso un proficuo interscambio commerciale, economico e culturale con l’estero» e per questo ha aperto «cinque sedi operative localizzate a Napoli, Roma, Nizza, New York e Zurigo, a cui presto si aggiungeranno altre strutture a Buenos Aires, Sofia, Londra, Parigi e Berlino». Un obiettivo «consacrato» nella competizione musicale Italiani nel Mondo Festival trasmessa da una tivù locale. E destinato a essere sviluppato «aprendo nuove sedi in Australia (Melbourne), in Estremo Oriente (Tokyo e Hong Kong), in Russia (Mosca) e ad Atene». Per dirla alla napoletana: «’nu nettuorche» planetario!
E chi è questo ambizioso Sergione fondatore del network planetario? Un giornalista di seconda fila che nel ’97 è spuntato dal nulla per «salvare», come direttore editoriale, il defunto «Avanti!» e risulta autore di due scoop finiti nell’archivio dell’Ansa. Un’intervista all’imputata poi assolta del celebre omicidio di Anna Parlato Grimaldi, la cronista del «Mattino» Elena Massa (che lei nega d’avere concesso) e un’intervista a bordo della nave Monterey al più celebre dei pentiti mondiali, Tommaso Buscetta, che lui nega di avere concesso. Lamentando anzi di essere stato tradito («con quelle foto hanno messo in pericolo mia moglie e mio figlio») da chi sapeva della crociera e cioè, pare di capire, da qualche spione infedele dei «servizi».
Ma adesso occhio alle date. Nell’ottobre del 2004 il nostro
futuro senatore e Angelo Tramontano, un deputato regionale
di Forza Italia, fondano dal notaio la «Italiani nel Mondo Radio
e Tivù Srl». È il primo mattone di un piccolo impero: «Italiani
nel Mondo Channel», «Italiani nel Mondo Immobiliare»,
«Italiani nel Mondo Servizi Immobiliari»... Tutte in pugno a
Sergio De Gregorio e tutte piazzate nella stessa brutta palazzina
di colore incerto di Fuorigrotta, in via Terracina 431, dove
ha sede già la prima società costituita dall’«amico» Mele per
commerciare prodotti tessili, ombrelli e cuoio. Un piccolo impero
di carta in cui non manca una società per bambini: la «Italiani
nel Mondo Junior», che «ha lo scopo fondamentale di aiutare
i componenti a diventare Cittadini Italiani inseriti nel
Mondo» e in cambio chiede ovviamente ai cari piccolini «il versamento
di una quota fissa decisa a livello nazionale e di una
quota aggiuntiva, decisa dal raggruppamento territoriale».
Cosa se ne fa, di tutte queste società? La risposta è nella
storia di «Italiani nel Mondo Channel», che nasce il 10 giugno
del 2005 con un capitale sparagnino di 10.000 euro ma la settimana
dopo ingloba il marchio «Italiani nel Mondo» (quello dei
prodotti tessili e del cuoio) e aumenta il capitale di 2 milioni.
Miracolo! E da dove vengono tutte quelle banconote? Niente
banconote: il «capitale» è un documento. La perizia giurata firmata
pochi giorni prima da un giovane «tributarista», Andrea
Vetromile, miracolosamente individuato dal nostro futuro senatore
nonostante non sia sull’elenco telefonico e malgrado figuri
non come commercialista ma come «consulente del lavoro
». Perizia secondo la quale il prodigioso marchio «Italiani nel
Mondo» (sempre quello dei prodotti tessili e del cuoio) vale
appunto quella cifra enorme. Direte: ma non apparteneva a
Claudio Mele? Boh... Certo è che il giorno dopo sboccia un documento
in cui Mele, indifferente al fatto che il suo marchio
valga ora 4 miliardi di vecchie lire, dona generosamente tutto a
De Gregorio. Che a questo punto comincia a vendere in giro
quote della magica società incassando in pochi giorni 100.000
euro di qua, 29.000 di là, 250.000 di là ancora... Averne, di
«amici» così...
Un giochino finanziario meraviglioso. Al punto che in autunno,
cioè sei mesi prima di candidarsi con l’implacabile moralizzatore
Antonio Di Pietro, il nostro lo rifà. Stavolta fondando
con altri 10.000 euro la «Italiani nel Mondo Reti Televisive» arricchita
all’istante dal «costosissimo» marchio «Italiani nel Mondo
Channel». Stesso «tributarista» (strana figura di indipendente
se all’assemblea della società, con De Gregorio già senatore,
esulterà «ponendo l’enfasi sul risultato positivo raggiunto»),
stesso tipo di perizia, stessa dichiarazione giurata sull’immenso
valore di quel marchio planetario, stesso aumento di capitale ma
stavolta ancora più grosso (3 milioni di euro!), stessa vendita
immediata di quote: 20.000 di qua, 30.000 di là... Fino alla donazione
dell’ultima fetta di torta societaria, come la prima volta,
a una gentile signorina non ancora trentenne, Maria Palma. Il
consiglio di amministrazione, dice il verbale steso dopo le Politiche,
fa «i complimenti per il successo elettorale».
Complimenti, va detto, meritatissimi. Dove lo trovate un
altro che abbia chiesto il voto ai nostri emigrati in Europa con
una lista nata da una società di cuoio e tessili? Che si sia candidato
con l’«eroe» di Mani Pulite dopo aver rifatto l’«Avanti!»
(primo numero: una lettera di Craxi e Il crepuscolo di Antonio
Di Pietro) ed essere stato forzista e neodemocristiano? Che si
sia fatto eleggere a capo della Commissione Difesa senza che
gli chiedessero conto di queste società-partito che aumentano
di capitale con perizie giurate di un «consulente del lavoro»?
Che sia riuscito ad avere i salamalecchi della destra («È un uomo
di grande spessore» dice il neodemocristiano Gianfranco
Rotondi) senza rossori di imbarazzo per la catena di assegni a
vuoto per centinaia di migliaia di euro emessi negli anni, come
ha scritto sul «Sole 24 Ore» Claudio Gatti, da un mucchio di
società a lui collegate, dalla «Broadcast Video Press» alla «Aria
Nagel»? Misteri.
Misteri però tutti dentro un sistema profondamente marcio.
Dove il bramino sa che, una volta varcato l’ingresso del Palazzo
della Casta, è a posto. In eterno. Perché troverà sempre
qualcuno, davanti a qualsiasi grattacapo, pronto a difenderlo in
cambio di un voto. Come è successo a Pietro Fuda, che, passato
dalla destra alla sinistra per fare il senatore, firmò quel celebre
emendamento alla Finanziaria 2007 che, tagliando i tempi
della prescrizione, permetteva agli amministratori incapaci, folli
o criminali di scampare al rischio di rimborsare i soldi di scelte
sventurate. Emendamento passato tra mille polemiche e subito
abolito con un decreto ad hoc.
Tutti a chiedersi: perché l’avrà fatto? In nome di chi? Con
quali obiettivi? Lui bacchettava i magistrati contabili che «dovrebbero
operare in modo diverso, guidare gli amministratori
locali, non aspettarli al varco dopo che hanno sbagliato» e chiedeva:
«La Corte dei Conti, scusate, la paghiamo noi, sono stipendiati
oppure no? Devono fare un servizio utile per lo Stato
». Come lui: una vita «al servizio». Prima come dirigente della
Cassa del Mezzogiorno e della Regione Calabria, poi come
presidente della Provincia di Reggio e insieme amministratore
unico dell’aeroporto reggino, carica mantenuta (ovvio: spartisce
coi tre del collegio sindacale 162 mila euro) anche dopo l’elezione
a Roma e ottenuta col parere favorevole non solo della
Regione ma anche (pensa te) della Provincia di cui era a capo.
Bene: di quand’era l’emendamento? Dell’inizio di dicembre.
E cosa era successo, senza clamori, un paio di settimane
prima? Coincidenza! La Corte dei Conti calabrese aveva steso
una relazione durissima sull’aeroporto, chiedendosi come avesse
fatto a sommare nel 2005 «perdite pari al 53,86% dell’intero
patrimonio netto, circostanza che denota una quantomeno insoddisfacente
gestione della società». Tesi che il nostro Fuda
non condivideva affatto. Anzi, il buco del 2004 di 1.392.000
euro su 1.648.000 di fatturato (buco coperto dai soldi pubblici,
dei cittadini) l’aveva liquidato sbuffando: «Irrisorio». Mica erano
soldi suoi.
Intoccabile come il Gran Khan, che nel Milione di Marco
Polo beve vino e latte e altre buone bevande da coppe che «per
opera degli incantatori» si sollevano e «vanno a presentarsi» alla
bocca del sovrano «senza che nessuno le tocchi», un parlamentare
italiano sembra davvero potersi permettere di tutto.
Anche di restare a Montecitorio senza essere stato eletto, come
è accaduto nella legislatura berlusconiana a Luciano Sardelli,
che per un errore materiale del presidente di un seggio brindisino
che aveva subito ammesso la svista («ero stanchissimo, stavo
malissimo») si era ritrovato i voti dell’avversario, Cosimo
Faggiano, al quale venne finalmente data ragione un mese prima
delle nuove elezioni, quando ormai era troppo tardi.
Per non dire di Luigi Martini, «l’Uomo che visse tre volte
». Nella prima vita, durante la quale conquistò anche uno
scudetto, era un calciatore della Lazio. Nella seconda un pilota
dell’Alitalia. Nella terza un deputato di An. Sulla carta, una volta
eletto, doveva andare in aspettativa. Macché: la direzione
della compagnia di bandiera pensò che sarebbe stato «diseconomico
». Al suo rientro in azienda sarebbe stato infatti necessario
un lungo e costoso periodo di riaddestramento. Meglio
continuare a pagargli lo stipendio: minimo contrattuale più un
tot per ogni volo. Per 10 anni, deciso a mantenere «attivo» il
brevetto di pilota (minimo stabilito dall’Enac: 3 decolli e 3 atterraggi
ogni 90 giorni), continuò quindi a volare una volta al
mese: «L’onorevole pilota Luigi Martini vi dà il benvenuto a
bordo...». E l’Alitalia continuò a mandargli a casa la busta paga.
Finché non è andato in pensione: 300.000 euro di liquidazione
da sommare al vitalizio da deputato e a una mancia finale
di 150.000 euro di buonuscita.
Soldi pubblici. Soldi dei cittadini. Che si chiedono come
sia possibile che le spese correnti della Camera (la tabella è in
Appendice) siano passate negli ultimi tre lustri, tolta l’inflazione,
da 636 a 1004 milioni di euro. O che Palazzo Madama nei
cinque anni della legislatura berlusconiana sia costato 2202 milioni
di euro, quanto i 900 chilometri del nuovo gasdotto Italia-
Algeria. Eppure, ed è questo che cercheremo di dimostrare, il
cumulo dei privilegi dei parlamentari e le divise dei commessi
del Senato pagate nel 2006 ben 1815 euro a testa e la montagna
di denaro speso nei palazzi romani sono solo una parte del costo
enorme della politica. Che va dalle indennità al presidente
della Repubblica ai gettoni dei consiglieri circoscrizionali per
un totale di 179.485 persone interessate. Più gli stipendi del
personale delle varie amministrazioni, dal Viminale alle Comunità
montane. Più quelli degli autisti, dei portaborse, dei collaboratori
esterni. Più i quattrini dati a quasi 150.000 consulenti.
Più le prebende ai vertici delle oltre 6000 società pubbliche e
parapubbliche, usate spesso per piazzare gli amici e i trombati.
Tutti soldi che sarebbe scorretto contare come «costi della
politica» se dalla politica non fossero stati gonfiati in modo abnorme.
E se le istituzioni non fossero state piegate agli interessi
di partito, di fazione, di famiglia. Da Palazzo Chigi fino a certi
paesini siciliani come la catanese Roccafiorita dove ci sono un
sindaco, un vicesindaco, 2 assessori effettivi, 2 assessori non
consiglieri, un presidente del consiglio comunale e 11 consiglieri
per 254 abitanti.
Fino al capolavoro di Militello Rosmarino, un paese sui
Nebrodi. Dove dal 2003 è sindaco Concetta Maria Papa per investitura
(«Concettina, molla un momento la ’ncasciata che devo
farti fare ’a sindaca...») del marito Vincenzo, che già fu sindaco
dopo papà Calogero e zio Vincenzo, e che del borgo è il
monarca: «Voglio bene alla gente e la gente vuol bene a me. Se
uno mi domanda di trovargli un ricovero a Milano gli devo dire
di no? Se mi chiede una mano per fare assumere il figlio gli devo
dire di no? Perciò mi amano. Vi pare che con tutte le grane
giudiziarie che ho avuto avrei potuto resistere sennò?».
Laureato in medicina, primario di ginecologia, sindaco dicì
per una vita salvo i periodi in cui lasciava la carica a suo cognato
Biagio, don Vincenzo è l’erede di una dinastia rimasta sul
trono di Militello quasi più dei Savoia su quello d’Italia, fin dai
tempi in cui il bisnonno entrò in consiglio comunale a metà Ottocento.
Disprezzato da mezzo paese per la distribuzione dei
posti e delle prebende, è venerato dall’altra metà per gli stessi
motivi. Il meglio lo diede come presidente dell’Usl quando, lasciata
la poltrona di sindaco al fidato Sante Russo, si guadagnò
la fama d’essere una specie di Padre Pio all’incontrario. Dove
lui posava la mano, lì germogliava una sclerosi a placche, una
angina pectoris, un’insufficienza cerebrovascolare, un’osteoporosi...
I nemici lo irridevano acclamando: «Don Vince’: facci la
grazia! Don Vince’: dacci una pustola!». E via via la sua fama
messianica aveva valicato i Nebrodi e le Madonie e chiamato
folle da tutte le contrade.
Finché era intervenuta la magistratura accusando lui e altri
di avere distribuito 180 assegni d’accompagnamento e 500 pensioni
a monchi, tisici, ciechi, sciancati spesso falsi. Come Carmelo
Femminella, che per «gonartrosi bilaterale, osteoporosi
diffusa, discopatia cervicale e lombare» risultava semiparalizzato
ma girava in motorino. Tale era l’aspettativa, scrisse il magistrato,
che i carabinieri avevano notato «verso il comune di Militello
un fenomeno migratorio anomalo». A casa di don Vince’
risultarono 15 nuovi residenti.
Pareva finito, don Vincenzo, dopo quella grana. Sepolto
sotto lo scandalo, i debiti del Comune, l’ondata di indignazione
morale. Lui fece spallucce: «Ho solo distribuito a un po’ di poveracci
un milionesimo dei soldi regalati alle industrie del
Nord!». Quindi, per mostrare quanto l’inchiesta non l’avesse indebolito,
si candidò a sindaco di Sant’Agata di Militello. E vinse.
Poi candidò il figlio Calogero a Militello Rosmarino. E vinse
ancora. Pronto a candidare la volta dopo Concettina. E vincere
ancora. Fedele sempre a quel cognome incredibilmente adatto
a uno come lui che simboleggia un certo modo di far politica
all’italiana: Lo Re.
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